di Giulia Di Pietro

Al centro delle polemiche di questi giorni c’è l’acceso dibattito sulla tassa che il Governo Monti vorrebbe porre sul cosiddetto “junk food, con l’obiettivo prioritario di colpire quei consumi alimentari che predispongono all’obesità, problema in continua crescita nel nostro Paese, soprattutto tra i più piccoli.

D’altro canto, i proventi di tale tassa andrebbero a coprire in parte la spesa sanitaria nazionale.

Ma cosa s’intende esattamente per junk food?

Con questo termine si vuol designare il “cibo spazzatura”, ovvero quegli alimenti di scarso valore nutrizionale, ricchi di calorie vuote, che non apportano cioè principi nutritivi preziosi (quali vitamine, minerali, amminoacidi e fibre) ma che forniscono soprattutto grassi nocivi (in particolare saturi e idrogenati) e zuccheri semplici, oltre che una quantità considerevole di coloranti, conservanti e altri additivi chimici. Naturalmente tra questi alimenti rientrano caramelle, bibite gassate, hamburger, snack e merendine.

C’è da dire, però, che proprio per quanto riguarda queste ultime, l’industria alimentare ha fatto grandi passi in avanti verso la commercializzazione di prodotti più sani e controllati.

Nel nostro Paese, per esempio, già nel 2008 l’AIDEPI (l’associazione della Confindustria che riunisce 130 aziende dolciarie e della pasta) ha sottoscritto un protocollo d’intesa con il Ministero della Salute per la produzione di alimenti più “leggeri” entro il 2014. A due anni dalla scadenza, alcuni risultati sono già ben evidenti: gli zuccheri sono diminuiti in media del 6% in biscotti e merendine, mentre il contenuto di sodio è diminuito del 18% nei crackers e ben del 33% nei cereali per la prima colazione. Per quel che concerne i grassi saturi, sono diminuiti di 0,5 grammi su 100 nei prodotti da forno, anche se l’obiettivo finale sarebbe la totale eliminazione degli acidi grassi trans, tanto dannosi per il sistema cardiovascolare. I risultati già conseguiti fanno ben sperare, in quanto si è già registrata una loro diminuzione del 50% nei crackers e addirittura dell’80-90% in gelati, merendine, biscotti e cereali.

Per tornare alla nostra tassa, alla luce dell’esperienza maturata già da qualche tempo in altri Paesi europei (quali la Danimarca e la Francia), si è visto come i risultati non siano del tutto incoraggianti, in quanto il consumo di tali alimenti non sembra calato significativamente dopo la sua introduzione. Per raggiungere il fine ultimo della tutela della nostra salute e soprattutto di quella dei nostri figli, non può bastare una tassa in più come deterrente.

Bisognerebbe puntare concretamente, in primo luogo nelle scuole (a partire se possibile dalle materne), su di una corretta educazione alimentare, che ci indirizzi verso consumi più sani e consapevoli, accanto ad una promozione, sempre a livello scolastico, di un maggiore movimento fisico, a dispetto della nostra vita sempre più sedentaria.

Nell’ attesa, spetta a noi genitori prestare un po’ più di attenzione alle scelte di ciò che offriamo ai nostri bambini e in questo ci viene incontro ancora una volta l’etichetta nutrizionale che è diventata obbligatoria, sulla base della nuova normativa europea. Essa deve riportare l’apporto energetico (espresso in Kcal o Kj) e il contenuto di proteine, zuccheri, grassi, fibre alimentari e sodio, riferiti a 100 g di prodotto (o 100 ml se liquido). A discrezione delle aziende produttrici, vi può essere l’indicazione  di tale composizione riferita all’effettiva porzione di consumo, piuttosto che a 100 grammi, dato naturalmente molto più utile e immediato.

Per quel che riguarda le merendine in particolare, basterebbe sceglierle osservando alcune semplici regole, per esempio privilegiando quelle che al primo posto della loro composizione riportino la farina, piuttosto che zuccheri e grassi, perché come ben sappiamo gli ingredienti sono indicati in misura decrescente.

Evitiamo accuratamente quei prodotti che contengono grassi idrogenati e comunque ricordiamo che i grassi in generale non devono mai superare il 9% del totale. Infine, è importante l’eventuale presenza di additivi (coloranti, conservanti, addensanti) che dovrebbero comparire in misura quanto più limitata.

Quindi, in ultima analisi, proprio la composizione specifica di ogni singolo prodotto (designato genericamente come junk food) dovrebbe essere presa in considerazione dal Governo stesso, al fine della tassazione, in modo da premiare quelle aziende che vadano nella direzione di una maggiore tutela della salute del consumatore, per non demonizzare alcun aspetto del problema che merita ovviamente una trattazione più ampia possibile, da parte di tutti.

In quest’ottica, il gruppo Disney, per esempio, recentemente ha deciso di bandire, a partire dal 2015, ogni forma di pubblicità di cibo spazzatura nei suoi programmi televisivi, radiofonici e on line. Eventuali prodotti alimentari potranno trovare spazio nei programmi destinati a famiglie e bambini solo se risponderanno a precisi requisiti nutrizionali, accanto alla promozione del consumo di frutta e verdura.

Solo con sinergie di questo tipo, su vari fronti, si potrà davvero arginare un fenomeno sempre più dilagante, quale quello dell’obesità infantile, che rischia di trovarci impreparati in tempi troppo brevi.

 

Qui trovi l’archivio degli altri temi affrontati sul nostro portale cittadeibimbi.it dalla dottoressa Giulia Di Pietro nella sua rubrica “La Nutrizionista” .

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