La nutrigenomica, termine che ad un primo impatto può sembrare complesso, in realtà è una scienza emergente che studia le relazioni dirette ed indirette tra i nutrienti che assumiamo con la dieta e il nostro patrimonio genetico.

In pratica, essa tenta di giustificare su basi scientifiche le intuizioni millenarie sulle interazioni tra alimentazione e salute, ed in particolare sull’influenza che determinati cibi possono avere nell’insorgenza di alcuni tipi di patologie che affliggono la nostra società (diabete, tumori, obesità, malattie cardiovascolari).

La dieta può allora essere considerata un regolatore dell’espressione genica, per cui, in quest’ottica, modificare le abitudini alimentari significa modulare i programmi di espresssione genica, in modo da ottenere un effetto di prevenzione su molte malattie.

In una prospettiva più ampia, gli scienziati impegnati in questo campo si augurano di poter mettere a punto diete personalizzate, o meglio raccomandazioni nutrizionali modellate sulle caratteristiche genetiche di ogni individuo.

In realtà, siamo ancora ben lontani da questo obiettivo, per cui per il momento diffidiamo dei kit miracolosi già in commercio, a prezzi importanti, che promettono la formulazione di  diete a partire dal singolo profilo genetico, ovvero basate sul DNA di ciascuno di noi.

Ma qual è il meccanismo attraverso cui i nutrienti riescono a influenzare l’attività dei geni?

La maggior parte di queste sostanze (glucosio, acidi grassi, amminoacidi, vitamine ecc.) interagisce nelle cellule con speciali recettori che ne rilevano le concentrazioni e trasmettono segnali specifici attraverso il citoplasma fino al nucleo, dove attivano quelle particolari proteine che regolano la trascrizione dei geni.

Per esempio, nel caso della vitamina D, si attiva un programma genico che, tra le altre cose, prevede l’induzione dell’espressione di proteine che intervengono nei meccanismi di difesa dell’organismo nei confronti di vari tipi di tumore.

Lo stesso discorso vale per la vitamina E, che esiste in 8 isomeri differenti, di cui solo alcuni possono condizionare, per esempio,  l’espressione di determinati geni che intervengono nella riduzione della proliferazione cellulare in alcune forme di carcinoma della mammella.

La nutrigenetica, invece, studia i meccanismi attraverso cui le varianti di uno stesso gene rispondono in maniera diversa a specifici nutrienti.

Poichè esiste una stretta correlazione tra alcuni geni regolati dagli alimenti e l’insorgenza e l’evoluzione di talune patologie croniche, si spera che si possa giungere in tempi brevi a decifrare il ruolo di alcuni micronutrienti e biomolecole nella prevenzione di malattie degenerative correlate all’alimentazione, uno dei fattori ambientali che più influenza l’espressione genica.

La variabilità genetica individuale, quindi, determinando come i nutrienti vengono assimilati e metabolizzati, è alla base della peculiarità di ciascuno nel rispondere alle molecole introdotte nell’organismo e, in generale, agli stili alimentari e di vita.

Lo scopo principale dei tanti progetti di ricerca in questo campo consiste appunto nell’identificare quelle molecole introdotte con la dieta che possano diminuire il rischio di insorgenza di patologie in individui geneticamente predisposti.

L’INRAN, per esempio, ha messo a punto un interessante progetto di nutrigenomica mediterranea, dal momento che sappiamo come la dieta mediterranea  sia attualmente il modello alimentare che più si correla al concetto di longevità.

Scopo di tale ricerca è l’identificazione di quelle molecole bioattive caratteristiche della dieta mediterranea e lo studio dei meccanismi d’azione che ne sono alla base, col fine ultimo di contribuire alla prevenzione di patologie cronico-degenerative legate al modo di nutrirsi.

Esistono infine i cosiddetti “alimenti funzionali”, arricchiti cioè con molecole note per apportare un qualche beneficio per il benessere e la prevenzione di determinate patologie.

E’ importante però valutare se tali alimenti possano avere lo stesso effetto su ciascun individuo o siano piuttosto legati ad altre variabili, quali il sesso o l’età.

Inoltre è sempre necessario considerare eventuali effetti indesiderati che non si possono escludere in toto e il fatto che assumerli in forma di “supplementazioni” è ben diverso che introdurli associati ad altri elementi nei cibi presenti in natura.

Sono tutti temi che meritano approfondimenti specifici e che suscitano molto interesse ma anche molte perplessità, data la “giovane età” di queste discipline, ma che, allo stesso tempo, lasciano ben sperare nel raggiungimento di traguardi sempre più ambiziosi che possano portare ad un reale miglioramento della nostra condizione di benessere.

 

LEGGI QUI tutti gli interventi della dottoressa Giulia Di Pietro…

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