di Giulia Di Pietro

Ritorniamo oggi sul tema della sicurezza alimentare, con particolare riferimento all’etichettatura dei prodotti contenenti OGM, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa.

Tralasciando inutili allarmismi, ricordiamo che la prudenza in questo campo non è mai troppa, tanto che esiste un’apposita legislazione, redatta dall’Unione Europea, con i Regolamenti comunitari n. 1829/2003  e n. 1830/2003, che disciplinano i requisiti di etichettatura e tracciabilità dei prodotti costituiti o contenenti o derivati da OGM, nell’ottica di fornire ai consumatori gli strumenti per un acquisto consapevole.

Più nel dettaglio, il primo regolamento citato stabilisce le soglie di tolleranza della “presenza accidentale o tecnicamente inevitabile di OGM”, per cui i prodotti che li contengono devono riportarlo in etichetta.

Ciò non si applica agli alimenti che contengono OGM autorizzati o che siano costituiti da prodotti a partire da OGM autorizzati in misura non superiore allo 0,9% degli ingredienti alimentari, purchè tale presenza sia accidentale o tecnicamente inevitabile.

L’indicazione di tale soglia si rende necessaria, in quanto l’Unione Europea non può escludere la contaminazione di OGM nelle fasi di coltivazione, manipolazione, stoccaggio e trasporto.

Il secondo regolamento, invece, stabilisce le norme che tutelano la tracciabilità di tali prodotti, intesa come “la capacità di rintracciare OGM e prodotti ottenuti da OGM in tutte le fasi dell’immissione in commercio attraverso la catena di produzione e distribuzione” (fonte: Ministero della Salute).

Per conseguire questo obiettivo è necessario che tutti gli operatori della filiera alimentare abbiano l’obbligo di fornire specifiche informazioni al successivo operatore.

In ultima analisi, ogni alimento che sia costituito o contenga OGM o loro derivati, in misura superiore allo 0,9%, deve riportare in etichetta la dicitura “contiene organismi geneticamente modificati” o “contiene (nome dell’organismo) geneticamente modificato”.

Bisogna aggiungere che i regolamenti cui abbiamo fatto riferimento non autorizzano nè vietano le diciture quali “OGM free“, “senza OGM” ecc., per cui la Federalimentare (ovvero il sistema associativo dell’industria alimentare in Italia) ha messo a punto un documento in cui si afferma che chi intende vantare tali caratteristiche nelle etichette dei propri prodotti dev’essere altresì in grado di assicurare la completa assenza di OGM o di eventuali contaminazioni (come abbiamo visto sempre possibili), al fine di non incorrere in informazioni ingannevoli a danno dei consumatori.

Ma cosa succede nel resto del mondo?

E’ di pochi mesi fa la notizia che in California il referendum che intendeva rendere obbligatoria l’indicazione in etichetta della presenza di ingredienti OGM è stato vinto dagli oppositori, come dire che i cittadini americani preferiscono non sapere…

Forse le ragioni della vittoria del no risiedono anche nelle posizioni di alcune organizzazioni scientifiche quali l’American Association for the Advancement of Science o l’American Medical Association, fino alla stessa OMS che in passato hanno sottolineato il fatto che gli Americani, pur nutrendosi di OGM (in primo luogo mais e soia, derivanti dall’80% di coltivazioni di questo tipo) da oltre 20 anni, non siano soggetti a particolari rischi per la salute umana.

Ma questo è ancora tutto da verificare, forse in un arco temporale maggiore, per valutare gli effetti a lungo termine del fenomeno.

E poi non dimentichiamo il peso delle forti pressioni esercitate dalle multinazionali del settore chimico e agroalimentare, per cui la vittoria del sì avrebbe rappresentato una seria minaccia, in termini di profitto.

Comunque resta il fatto, al di là del risultato, che si sia innescato un movimento culturale e di coscienza che si spera possa condurre in tempi brevi a scelte più attente e rispettose da parte delle grandi industrie, che non possono ignorare del tutto le richieste dei consumatori sempre più esigenti e informati.

Come si intuisce facilmente, questo è un problema “globale” che va al di là della legislazione del singolo Stato, nell’ottica di un mercato sempre più aperto e libero.

Il sistema normativo di riferimento dell’Unione Europea è tra i più completi e stringenti, con una politica di “tolleranza zero” nei confronti di questa problematica.

In particolare, la presenza di OGM nei prodotti alimentari è controllata dagli Stati membri attraverso una rete di laboratori ufficiali che operano nell’ambito di specifici programmi nazionali, sotto il coordinamento del laboratorio comunitario di riferimento.

Nello specifico, in Italia il Centro di referenza Nazionale per la ricerca di OGM (CROGM) ha sede presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana.

Il Ministero della Salute, attraverso il CROGM stesso e l’Istituto Superiore di Sanità, elabora il piano nazionale di controllo, a cui faranno poi riferimento i singoli piani regionali che prevedono i controlli effettuati dalle ASL e dalle ARPA (Agenzie Regionali per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente).

E’ auspicabile, perciò, che l’esempio venga seguito proprio da quei Paesi che attualmente sono i maggiori coltivatori di OGM (USA, Brasile, Argentina, India, Canada, Cina) e nei quali, come abbiamo visto, mancano norme rigide e precise in fatto di etichettatura dei prodotti transgenici (cosa che accade, tra le Nazioni citate, solo in Brasile e Cina), con il rischio concreto di ritrovare nel nostro piatto, a nostra insaputa, ingredienti non  graditi!

Basti pensare che nel 2011 proprio Argentina, Canada e Stati Uniti hanno totalizzato oltre i 2/3 delle coltivazioni mondiali di OGM!

Leggi tutti gli altri interventi della dottoressa Giulia Di Pietro nella rubrica “LA NUTRIZIONISTA”

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