Vagava da sola per la città, cuffie nelle orecchie, sguardo perso nel vuoto e labbra increspate in una smorfia provocata dall’aria densa e dallo smog di Milano. Nonostante tutto a lei piaceva la sua città. Ma non la Milano del Duomo, la Milano caotica. No. A lei piaceva la Milano delle stradine strette, dei negozi di artigianato e dei mercatini dell’usato. Le persone la consideravano un po’ strana questa cosa. In realtà credevano che proprio lei fosse strana, ma non dicevano nulla, perché su Clarissa non c’era da dire niente, né di bello né di brutto, assolutamente niente. E per questo lei non ci stava male, perché lei era d’accordo, lei lo sapeva e non aveva paura di sprofondare nell’oblio. Semplicemente on le interessava, anzi aspettava ogni giorno la sua dose di niente a braccia aperte. Credeva anzi che, se la sua vita fosse stata costituita dal niente, non sarebbe servito essere ricordata. Perché essere ricordata? Da chi? Non ce n’era bisogno. Lei non era felice, non era triste, non era bella, non era brutta, non era simpatica. Lei era solo ed esclusivamente Clarissa. Non le interessava mostrarsi alla gente con una maschera messa su la mattina e poi tolta la sera, nel crepuscolo di una vita che non ti appartiene, quando ormai non c’è più nessuno pronto ad alzare il dito e a giudicarti. Anzi una cosa che aveva imparato era la totale indifferenza verso tutto e tutti che le dava una certa libertà. Una libertà a modo suo. Chi la conosceva appena pensava che fosse timida, chiusa in se stessa e che nella realtà avesse un carattere allegro e solare o il contrario. Invece, Clarissa era proprio così come si mostrava: non le piaceva parlare e amava stare sola. La vita di Clarissa era monotona, ma quella monotonia che la rassicurava, che le dava certezze e non la lasciava con il fiato sospeso tutto il tempo. Ora stava camminando per i vicoletti di Milano, come faceva quasi tutti i giorni e ovviamente abituata alla sua monotonia un cambio di programma non le avrebbe fatto bene, avrebbe sconvolto la sua vita, per quanto possibile. Durante la sua solita passeggiata, quel giorno, notò distrattamente un ragazzo e focalizzò la sua attenzione su ciò che teneva in mano: una bomboletta spray. Stava disegnando linee sovrapposte e confuse, illeggibili, lettere di un alfabeto inesistente. Ma Clarissa lo sapeva. Sapeva che una volta terminato il disegno, sarebbe stato perfetto, si sarebbe aperto un nuovo mondo, sarebbe stato comprensibile.
Il ragazzo intanto si girò in fretta e guardò la ragazza, che subito dopo iniziò a parlare. -Cosa fai?- chiese Clarissa. -Eh?- si girò confuso il ragazzo che intanto era come ritornato dal suo mondo. -Cosa fai?- ripeté calma. -Cosa ti interessa?- parlò lui un po’ infastidito. -Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda- disse furbescamente Clarissa. -Lascio un segno- sospirò il ragazzo. Clarissa rise con tono sarcastico, non ci poteva credere… -Tempo sprecato, nessuno si ricorderà di te, arriverà un tempo in cui le persone non ricorderanno più personaggi importanti che hanno costituito la storia del mondo, figuriamoci di un ragazzino che scrive frasi sui muri- disse Clarissa.
Il ragazzo rimase leggermente sconcertato da ciò che gli aveva detto la ragazza. Ripeté mentalmente quel discorso, senza rendersene conto poi le parole scivolarono fluide: -Non voglio che la gente si ricordi di me. Se avessi voluto questo, avrei fatto qualcosa di veramente importante. Tutto ciò che voglio è che la gente come te, come me, come noi, la gente che ama passeggiare, che ama leggere i libri invece di uscire con gli amici, la gente a cui piace stare sola, un giorno, quando vedrà questo murales, penserà di non essere sola, saprà che c’è stato un tempo prima di loro in cui qualcuno il coraggio di lasciarlo il segno l’ha trovato-.
Clarissa non disse niente. Prese la bomboletta dalle mano del ragazzo, si girò di spalle e scrisse qualcosa sul muro: una piccola e semplice “C”. Si girò. Sorrise al ragazzo e andò via.

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