#pensierisparsi

Giada, Giada,

quanta sofferenza avevi e chissà quanta te ne portavi dentro!

Non mi viene da chiederti: perché lo hai fatto?

Il perché lo capisco bene, so perfettamente cosa significhi vivere in bilico sul filo della vita, come un funambolo sospeso per metri, punto di continuo dall’ago della paura.

La paura di tradire aspettative, speranze, sacrifici per arrivare a sedersi sugli scranni delle aule universitarie, una prerogativa non di tutti, non per tutti.

Svegliarsi all’alba e partire col buio verso città straniere anche nel linguaggio, anche nell’accento. Non parlare e non respirare per non far rumore.

Sperare che dal sabato alla domenica non sia mai lunedì per recuperare tempo, minuti. Contare finanche i secondi che mancano alla data, all’ora, al fischio di inizio dell’esame, dell’appello, della stramaledetta interrogazione.

Invidiare una formica che va via spingendo una mollica di pane perché lei non deve ricordarsi di altro se non della mollica che sta spingendo.

Svegliarsi di notte all’improvviso e riprender sonno a stento in un uragano di pensieri aridi, di senso di rivalsa misto al timore di non farcela. Perché anche quando ce la fai, possono dirti che non è abbastanza, manca l’ultimo rigo, manca l’ultima parola, l’ultima virgola. E così il tempo passa e non ti accorgi che le rughe sul viso aumentano, ma tu il viso non te lo guardi più perché non ce n’è alcun motivo, perché più sei trascurata e più possono credere che hai studiato per davvero.

Annullarsi.

Annullarsi nel fisico, negli interessi, addirittura negli affetti, per una laurea, una corona di alloro, il lauro, il titolo.

Un titolo di studio.

Parliamo di voler studiare.

È un diritto studiare, è un sacrosanto diritto.

Ha diritto una donna come un uomo a studiare e l’università, istituzione nata con nobili principii e altrettanto nobili scopi, ha il dovere di accogliere, attrarre, coinvolgere, formare, educare i ragazzi come te, Giada, di sostenervi come una mamma premurosa, di istruirvi, di far luce su una strada buia che volete percorrere, di aiutarvi a trovare un lavoro, un ruolo nella società civile.

Una università matrigna e claustrale che vi lascia soli, drogati di informazioni da manuale, che vi “boccia” sull’ultima frase ma che non vi concede lezioni né spazi né sostegno né voce è un cancro.

Un cancro di un sistema già marcio, che sta lentamente autodistruggendosi e che allontanerà ogni studente, ogni cittadino.

Non è più pensabile che duecento persone siano convocate ad un esame e ne siano rimandati in centonovanta senza alcuna spiegazione.

Senza alcuna spiegazione.

Non è pensabile che selezioni così serrate, così severe, così assurde, pongano in stand by giovani vite se poi anche quelle che passano la selezione un lavoro chissà se lo avranno mai.

E, intanto, in TV chi piange per una pirouette sbagliata, contestata dalla maestra di ballo di turno, oggi non ha deciso di farla finita, perché chi piangeva in TV l’abbiamo vista tutti.

Di te nessuno sapeva niente fino ad ieri, Giada, quando il tonfo della caduta del tuo corpo ha fatto un rumore così forte da far voltare tutti.

Come un terremoto.

Non so se abbia smosso le coscienze, ma può riuscirci: dovrebbero essere convocate assemblee in ogni ateneo, accendere i riflettori sulla culla della cultura perché se i giovani non si formano e non conseguono una laurea non è solo un problema delle famiglie, ma è un problema di tutta la società.

Di tutti noi.

Convocare assemblee, riunirsi per parlare e capire dov’è il meccanismo inceppato, cosa non funziona, cosa non va, perché non si può morire buttandosi dal tetto di un edificio a 25 anni, capire cosa sta succedendo e dove stiamo andando perché tu non sia morta invano, perché non ci siano altre croci sul Golgota da cui nessuno risorgerà.

#pensierisparsi

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